Su questo pianeta non ho più dimora, nemmeno una soffitta per dormire che so un monolocale, andrebbe bene anche la cella di un carcere.
Ma non c’è da tempo luogo dove io abbia riposo e vorrei abbandonare me stesso come le rocce che risalgo senza ragione. Vorrei aprire una porta e uscire nell’aperto, lasciarmi sulla panchina di un parco intirizzito dal gelo a tutto estraneo finalmente.
Morto? Un poco ci ripenso e mi rimprovero. Detesto i ripensamenti ma si affollano contraddizioni.
Dal mazzo ne pesco una e mi scuotono lampi di responsabilità nell’irreprimibile amore, indifesa Olimpia potrebbe chiamarmi a mala pena le sarei d’aiuto eppure lo chiederebbe mentre sprofondo così nell’altra visione. Le chiedo quando mai avrò fine e mi risponde: mi guardavi dormire, non ero più grande di un gatto, poi ripartivi di notte col mio respiro lieve sulle labbra.
Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve “Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

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