quell’uomo è affogato.
agitava disperatamente le braccia tra le onde.
anche due urla o tre furono udite dalla riva,
sembra che ripetesse un nome ma nessuno lo ricorda.
ero io, avevo nuotato per anni tra crisi ricorrenti,
con ago e fil di ferro,
per ricucire le piaghe e con un coltello
per fare a pezzi la tua mancanza.
sono morto, invece, a pochi metri dalla mèta
se l’avessi raggiunta, questi erano gli accordi,
avrei potuto finalmente dimenticarti.
ora non c’è salvezza.
nessuna cura è immaginabile e non smetterò
mai di rivederti lungo il tratto roccioso
ai piedi del Capo per tutte le prossime primavere.
esausto non potrò che ripercorrere
mille volte mille, il sentiero che s’arrampica lassù
alla casa degli specchi sereni.
Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

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