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INTERVISTA A OLIMPIA SOHEVE DI MICHELA BUONO

Ho avuto il piacere di intervistare il M° Olimpia Soheve poco tempo fa e sono rimasta colpita dalla sua maturazione personale e artistica. Fotografa, pittrice e molto altro, dotata di grande talento, un’artista a 360° della quale sentiremo molto parlare.

1. Maestro Soheve partiamo dall’ inizio: come sono nate le sue passioni verso la fotografia e la pittura? A quale delle due si sente di “appartenere” maggiormente?
La pittura e’ traduzione. La fotografia e’ citazione.
La mia pittura e’ un evoluzione della mia fotografia.
Incominciai a fotografare nella pubertà, nello stesso modo e con le stesse intenzioni con cui incominciai a scrivere i miei diari: Lasciare una traccia di me. Le mie foto infatti, spesso erano autoritratti. Una fotografia non e’ soltanto un’immagine ( come lo e’ il quadro), e’ anche un’ impronta, una cosa riprodotta direttamente dal reale, come l’orma di un piede o una maschera mortuaria. A differenza di qualsiasi altra immagine visiva, una foto non e’ una riproduzione, un’ interpretazione, o un’ imitazione del soggetto, ma una sua traccia. Nessun dipinto o disegno appartiene al soggetto quanto una fotografia. Scattai i miei primi autoritratti con lo scopo di completare i miei diari, presto mi resi conto che furono i miei diari a completare le mie foto:
Il vero contenuto della fotografia e’ invisibile, poiché deriva da un gioco, non con la forma ma con il tempo. Pur ricordando cosa e’ stato visto, rimanda sempre e per sua natura a ciò che non si vede. E’ un istante estratto ad un continuum. La forza di un dipinto dipende dai suoi riferimenti interini. Negozia in equivalenti. La pittura interpreta il mondo, traducendolo nel proprio linguaggio. Ma la fotografia non ha un linguaggio proprio. Il linguaggio della fotografia e’ quello degli eventi. Tutti i suoi riferimenti sono esterni ad essa. E’ quindi necessaria una didascalia perche’ si riesca a capirne il significato. La fotografia, inoppugnabile come prova ma debole di significato, riceve significato dalle parole. Le didascalie, nel mio caso, erano i miei diari.
La fotografia e’ il processo attraverso cui la mia osservazione divenne consapevole di se’.
La pittura, fu il processo attraverso cui la mia visione divenne linguaggio Nell’esecuzione dei miei quadri vi e’ un processo molto fisico, per me e’ come un arte marziale, una meditazione, uno sfogo, una crescita che non ha fine. Il mondo cessa d’esistere, non vi e’ nulla oltre che le mie mani, la mia tela e la mia visione. E’ una dipartita. Ed e’ un processo molto lungo, ma si da vita a qualcosa che prima non esisteva. Non ha un passato. E’ pura creazione, E’ pura visione.
Nel fotografare ci si immerge nel reale. Le materie prime della fotografia sono la luce e il tempo. Tutte le fotografie riguardano il passato. Riguardano cio’ che esiste. E quando riteniamo che una fotografia sia significativa e’ perche’ le prestiamo un passato e un futuro. A differenza dello scrittore o del pittore, il fotografo opera soltanto, mentre scatta una foto, una singola scelta costitutiva: la scelta dell’istante.
2. Ascoltando una sua recente intervista rilasciata al Mia Fair di Milano si evince la sua passione per la letteratura, quanto ha inciso questo aspetto nel suo modo di sentire l’arte? Mi riferisco non solo alla pittura ed alla fotografia ma, anche, ad altri aspetti della stessa.
Ciò che leggiamo altera per sempre il modo in cui interpretiamo il mondo. Il rapporto tra la letteratura e il nostro modo di capire ed interpretare direi che e’ simile al rapporto tra pensiero e linguaggio.
« L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo. » (Karl Kerenyi – Dionysus. Trad.: V. Rota)
3. Lei è un’artista a 360° impossibile da “ingabbiare” in schemi rigidi ma se potesse definirsi quale termine o anche frase sceglierebbe per sé stessa?
Il sognatore sognato.
4. Già da alcuni anni non vive più in Europa, cosa crede che manchi al vecchio continente per essere un trampolino di lancio per giovani artisti?
I giovani artisti che se ne sono andati!
Nuove opportunità nascono da nuove realtà. Sono nelle città dove i giovani sono restati o emigrati che troviamo i trampolini.
5. Sono rimasta affascinata dalla sua capacità di utilizzare differenti tecniche (intendo l’utilizzo di immagini sovrapposte, l’uso del colore a tratti intenso, a tratti sfumato) sia in pittura che in fotografia. Cosa la spinge a preferire una tecnica rispetto ad un’altra?
Una volta che si acquista una certa familiarità con uno strumento, la tecnica passa in secondo grado, diventa uno strumento, la forma e’ ci che conta. Scelgo una tecnica rispetto ad un altra, non che perché la preferisco, ma perché e’ il mezzo giusto per un certo fine.
6. Progetti per il futuro?
Una mostra nella mia amata Italia?
OLIMPIA SOHEVE: http://www.olimpiasoheve.com

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all’alba del 2012 il mio pensiero è in ribasso…filosofia ingarbugliata,
forse troppa e concetti che erano tronchi di quercia sono esili steli.
imperdonabile spreco capita a chi eccede nell’ambizione di capire.
a furia di immettere nuova teoria e senza cautela immetterne altra
di segno contrario, insistendo nel dare risalto ad ambiguità enigmatiche
invece di ripulire il campo con tesi lapidarie e confortanti, si è fatto
avanti un trionfale punto di domanda. si insinua dove vuole, forte
del suo linguaggio ermetico e riesce sempre a salvarsi all’ultimo
momento. furbo e ingrato se ne sta lì a confondermi con insensibile
arroganza.
mi attende un epilogo all’insegna del dubbio?
non me lo merito… ovvero…e lo dico a bassa voce:
dopo quanto e dopo tanto, non sarà forse proprio questo che mi aspetta?

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(elogio della stupidità)

più di quanto già non sappia, non oso immaginare quale altra
candidatura al supplizio mi verrà offerta. quale rimpianto
si trasformerà in un’enorme pietra da portare sulle spalle.
quale affetto inconsolabile resterà immutato nelle ferite.
pare il caso di uscire di scena, poiché sconveniente implorare
pietà ed ancor più spericolato abbandonarmi allo stoico
persistere a tutti i costi.
d’altra parte, potrei scendere a patti con il dolore e salutarlo per sempre.
un’efficace lobotomia mi trasformerebbe. sfoltita la complessità e
recise le radici, con opaca memoria e senza affanno sarei perfettamente
guarito.
il mondo diventerebbe quieto e permissivo. una genuina luminosa stupidità
sarebbe dunque in grado di ridurre prodigiosamente al nulla ciò che è
irriducibile. più dell’oblio che è troppo nobile e non so dove trovarlo…
meglio di un’amnesia, magari solo temporanea.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(a E.)

odio questa angoscia che non stacca mai la corrente.
sottile ago nel fianco, va peggiorando.
che abbia buoni motivi per perseguitarmi è assodato
ma poco le manca per essere insopportabile.
la odio come una malattia terminale che non si affretta
ad uccidermi e nemmeno mi è concesso mancarle
di rispetto all’appuntamento settimanale con gli
ambasciatori del futuro……sempre più in disarmo
se ne stanno in piedi senza notizie. si accontentano
di un bicchier d’acqua e si aspettano da me d’essere
consolati.
in sostanza hai fatto bene tu a svignartela nel chissà dove.
da fonti sicure ho saputo della tua promozione ad ombra
eccellente con diritto di passaggio per cui suppongo tu sia
laggiù nella casa dei due golfi di mare.
scrivi lettere in tutte le lingue da Cap Ferrat a Cassiopea
chiedendo una spiegazione plausibile. stanca deponi
la penna e rileggi alcune poesie che ti avevo dedicato.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(tanto breve la vita?)

ogni secolo o quasi, una cometa ci passa accanto e la si vede
ad occhio nudo. Il suo girovagare nell’universo non è casuale,
ha una serie di rendez-vous prestabiliti e prenotati per due o
tre miliardi di anni almeno.
ne ammiriamo la coda luminescente nella notte e meditiamo
sul mistero dei cieli. poi ci dicono quando naturalmente farà
ritorno. lì per lì restiamo perplessi: nessuno di noi la rivedrà.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(ad Anna)

l’autunno del ’72 umido e volubile incupiva il cielo.
ci avventurammo incuranti tra nuvole basse e boschi odorosi,
il fiato fumoso dei cavalli alla discesa delle querce e la tua
giovinezza all’imbrunire di un giorno memorabile.
più tardi perseguitati dalla pioggia riparammo accanto al
camino delle scuderie. le braci ticchettavano con il pendolo
e restituivano caldo colore al tuo viso.
il male incantato dalla tua intelligenza e ipnotizzato dalla tua
allegria dormiva. ripiegate erano le sue ali di pipistrello.
un poco di ombretto azzurro ai tuoi occhi azzurri,
efelidi sovrannaturali e la bellezza disarmante.
tra le mie strinsi le tue mani, diritto al cuore pronunciai:
ti amerò sempre e per sempre. e tu lieve sulle mie labbra
sussurrando: anch’io. così è stato. così è.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(a L.)

il tuo corpo era abbronzato e incontenibile l’attrazione
tra le gambe snelle, solo il tuo sorriso troppo arrendevole
conosce i giorni malriposti del viaggio interrotto:
impigliata tra rovi di spine la giuria corrotta e la mia
testimonianza reticente. premonitore fu l’inafferrabile disagio.
non verrò più a liberarti, una rumorosa tachicardia seleziona
i rottami del cuore. lungo la siepe che inaridisce, di quando
in quando, imprudentemente mi attendi eppure la vedi, cenere
leggera che si disperde tra i ruderi d’ombra e gli angoli di luce.
i temporali di Port’Ercole scagliano lampi ad oriente, nell’attimo
che abbaglia guardi il rifugio della nostra pura infelicità.
tuttavia, prendi in seria considerazione la strada del Pellicano
e il suo anello difficile fino alla cala dei mori. autunnali tramonti
insistono talvolta, esortano il tuo ricordo.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(a P.)

che tu per incanto possa intuire il significato di quella stagione fortunata,
è per me un’ipotesi più ridicola che commovente. da una tale distanza
il rischio di fraintendere può divenire tentazione di essere stati come
avremmo voluto essere.
anche imbalsamare alcuni nostri rovinosi trionfi,
non renderebbe giustizia alla tua innata capacità di dimenticare.
ma con un po’ di buona volontà, avresti ancora qualche labile
visione delle pinete scoscese fino alle rocce sommerse, navigando
un mare consenziente e non avresti perso di vista la tua acclamata femminilità
e il tuo sesso da nutrire come un neonato. allora veramente,
sapresti distinguere la mia verità dalla tua, sempreché tu ne abbia una…
comunque senza troppo illudermi ti scrivo quella pagina 75:
se ancora puoi ricordami ai nostri angeli smemorati.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

vienimi incontro per un altro addio Fiamma perduta, sono infiniti quelli
che ti devo e aspettami all’angolo di via Sistina in quel mese d’aprile
che lasciò socchiuse sventurate porte ma dipinse d’azzurro i tuoi occhi.
nel dormiveglia dell’alba sta ancora il mondo come avrebbe dovuto essere
ma si è intromessa l’arsura dei numeri inutili che contano gli anni
senza assuefarsi mai al dolore consumato.
contagiato sangue scorre nel varco della memoria senza un serio
ammonimento e nella spirale dei contrasti, non desiste il fragore
dei naufragi o degli applausi.
ora ti scrivo solo le ceneri minuziosamente raccolte
per ignota destinazione. carte, mobili, quadri, vestiti di lutto e vestiti
d’allegria…per noncuranza attecchì l’incendio e ha gelide palpebre
quel nostro avvenire, dicono sia morto da tempo, è riverso su una panchina
del Pincio e non si muove nemmeno se lo scuoti con forza.

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014

(ad Anna)
com’era bella Londra agli inizi degli anni settanta, grazie a Dio
con te sublime che esistevi davvero e neanche un’ora si è persa
lo sai, mai più, altre stagioni come quelle, avrebbe offerto la fortuna.
il tuo corpo stelo di fiore, petali i capelli e desiderio inebriato
da Kensington al tuo grido delizioso, dammi un figlio che ti
somigli, lo vorrei adesso, mentre il vento del nord sussurra
i presagi. è amore questo e raschiamone il fondo senza ritegno
perché il tempo non sarà indulgente.
nulla posso paragonare alla tua assenza, tutt’al più m’appare
come un interminabile autunno crudele. da quarant’anni
mi chiede udienza ed io la concedo. contrabbanda nel mondo
il mio dolore e lo tiene in vita. ruba ogni anno tutte le gocce
di pioggia rannuvolandosi nei viali, nei parchi, fino al Tamigi,
tutte le gocce a migliaia come attimi, i nostri, cui di nuovo
dice addio e di nuovo li restituisce.
approfittando del confine incerto, vero è accarezzarti nell’altra
vita poiché non mi rassegno e il destino sarà più ubbidiente
e gli astri favorevoli. dalla cripta immane di Wolton
te ne volerai via con le ali degli angeli…
dove io sarò ad attenderti.
Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve.
“Alle nostre deboli tracce” copyright 2014